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L' ESPERIENZA VENTENNALE DEL SIMPOSIO
E' difficile, costa fatica, richiede libertà, profondità e ampiezza di orizzonti credere nel contemporaneo, nella sua necessaria funzione di elaborazione del passato già vissuto verso un futuro sostenibile. Richiede uno sguardo prefigurante, teso a immaginare il nuovo, il diverso, il migliore. Ed è indubbiamente più facile assestarli sulle tradizioni, tenere lo sguardo retrovisivo, fisso sui percorsi compiuti, sulle esperienze consolidate e condivise. Ma anche questo diventa ogni giorno più difficile: la tranquillità ci è preclusa dal fatto che un certo tipo di contemporaneità filtra dappertutto, e in mille modi ci tocca e letteralmente ci seduce, ci svia: la radio, il cinema, la televisione, la moda, i cellulari, internet ci ammanniscono un contemporaneo sempre più omologato, omogeneizzante, confezionato, sradicato, acritico, anestetizzante , fluido e tutto di superficie, senza ritmi e pause di sedimentazione, memorizzato fin dall' origine. L' esperienza esistenziale appare schiacciata su un presente continuo come migliore condizione possibile in rapporto all' economia, senza cause fondanti e senza mete, se non quelle intrinseche al miglioramento o peggioramento dell' economia stessa a cui sono immediatamente connesse e dipendenti le idee di sviluppo e di progresso. Ma se è difficile uno sviluppo culturale in un' economia di scarsità, ancor più difficile a mio avviso è un vero sviluppo economico senza cultura e senza consapevolezza del contemporaneo, senza un sistema di valori ad esso collegato e che deve orientare anche le scelte economiche.
La migliore e più efficace esperienza del contemporaneo passa attraverso l'arte ( attraverso i momenti più alti di espressione e di ricerca artistiche) e la scienza: cogliendo il senso dell' arte del proprio tempo non nel suo valore commerciale, ma nei suoi valori estetici, insieme tecnici, operativi ( di mestiere ), formali, concettuali ed etici, cioè di significato che va oltre, e prima, dopo, attorno qualsiasi valore materiale dell' oggetto; e attraverso la costante ricerca e l' elaborazione scientifica e non semplicemente nell' uso strumentale dei prodotti tecnologici.
La vera disponibilità al contemporaneo nasce da questa curiosità e da questa proiezione in avanti, recuperando ma mai negando- il passato. Scrive in una splendida poesia Machado che "no jai camino", non c'è strada gia segnata davanti a ciascuno di noi, ma ci sono le tracce del cammino percorso e da quelle possiamo conoscere la direzione, il senso del nostro percorrere.
Così, l'esperienza del contemporaneo è tanto più valida ed efficace quanto più esce come punta di un iceberg dall'esperienza e dalla metabolizzazione del passato. Ma è necessario abituare la mente e gli occhi, lo sguardo, come freccia dell'intelletto, alle minimali emozioni di scoperta e di conoscenza che ci fornisce l'arte contemporanea, molto più semplice e molto meno esigente dell'arte del passato e, dunque, di linguaggio indubbiamente più accessibile nonostante i tantissimi pregiudizi e le inibizioni. Giova enormemente l'esperienza diretta: il fare e il veder fare arte.
Le scuole dell'intero ciclo dell'obbligo gia sono abbastanza orientate, ma gravissime sono le carenze, i vuoti, le omissioni nelle classi successive e anche a livello universitario. Il rapporto con il contemporaneo viene o trascurato o ritardato, tanto di più nei piccoli centri della provincia, ma anche in molte grandi città che hanno identità e vocazione antiche. Viene a mancare, così, quell'utile esperienza di mediazione che consente di capire meglio l'oggi, di cogliere le occasioni del tempo, di sentirsi davvero partecipi, abilitati a intervenire, capaci di cambiare e di migliorare.
Tutto ciò rende l'iniziativa ormai ventennale del Simposio di scultura di Buddusò un evento di eccezionale esemplarità: per le dinamiche culturali che il simposio innesca, dal momento organizzativo alla premiazione e alla destinazione delle opere, per l'esperienza del fare artistico quasi a contatto per strade e slarghi del centro abitato, nel confrontarsi di tecniche e poetiche differenti e nel dialogare di culture internazionali, per la durata e la continuità dell'esperienza nel tempo grazie al ripetersi dell'evento e al mantenimento della collezione di sculture in legno nel museo e di quelle in granito come segnali urbani di sollecitazione e orientamento estetici sempre più in confidenza con gli abitanti del territorio.
Oltre 60 sculture in legno (per lo più castagno sardo e durissimo africano iroko) e una settantina di opere in granito di Buddusò sono un patrimonio culturale davvero straordinario che parla molti idiomi della ricerca plastica contemporanea, quelli più e quelli meno collegati alla tradizione, alla storia della scultura come più alta metafora dell'uomo e alle sue tensioni, alle sue aspirazioni in rapporto sia allo spazio interno (psicologico) sia allo spazio esterno (esistenziale, di relazione interpersonale, sociale): dall'evocazione del totem arcaico alla figura rifinita come valore estetico di riferimento imprescindibile, dalle modulazioni organiche della materia sentita come stato di un flusso energetico alle più rigorose geometrie costruttive, dalle rappresentazioni simboliche alle invenzioni surrealiste, dall'esaltazione delle forme armoniche alle lacerazioni espressioniste, dall'attenzione per i ritmi a quella per le anse sensuali, per i vuoti e per i pieni, per la materia levigata e pulita o per quella scabra e tormentata, per gli sviluppi in verticale o per le espansioni in orizzontale. Si è costituito un itinerario di lettura ricca ed articolata della scultura contemporanea, non solo museo come luogo di conservazione, ma un grande parco espositivo che propone, suggerisce un lungo percorso conoscitivo sull'uomo, dentro ed intorno l'uomo, sullo spazio, quello intimo e della memoria e quello esterno, nella sua misura privata e in quella sociale, e sulla materia (legni, graniti, tufo) come luogo dell'applicarsi dell'intelligenza operativa e creativa, luogo delle manipolazioni e trasformazioni, metafora del rapporto tra uomo e realtà fisica e psichica. Si tratta, ora che l'evento ha superato le fasi della spontaneità e spettacolarità promozionali e di richiamo turistico, per diventare attesa, apprezzata e partecipata manifestazione culturale, di rendere la collezione sempre più laboratorio di idee e di forme, campionatura altamente selezionata di conoscenze ambientali, materiali, artigianali, tecniche, formali, estetiche mantenendo vivo ed attivo il rapporto con la collezione, realizzando schede esaustive ma aperte, in progress (cioè sempre disponibili ad ulteriori contributi dei fruitori del territorio, delle scuole in particolare e dei visitatori in genere).
Il secolo XX è stato indubbiamente il grande secolo della scultura, e anche molti decenni del terzo millennio vedranno protagonista, nelle sue molteplici eccezioni dello scolpire, del modellare, del riuso, dell'assemblaggio, dell'installazione, della video installazione l'idea di scultura. Perchè essa interpreta lo spazio, coniuga quello interno e quello esterno, si pone come paradigma dell'abitare e del convivere, del misurare e del definire segnali e simboli di comprensione e partecipazione, di accoglienza e di azione e proiezione.
GIORGIO SEGATO
LE OPERE
Attualmente il museo accoglie 60 sculture in legno, esposte all' interno della struttura mussale e settanta sculture in granito esposte all' aperto, nel parco che circonda il museo e lungo le vie del paese.
Le opere esposte sono di artisti di varie nazionalità: tedeschi, francesi, polacchi, bulgari, coreani, giapponesi, argentini, Paraguaiani, americani, italiani e altri provenienti da varie parti del mondo. La maggior parte delle opere esposte sono state premiate oppure segnalate nei vari simposi di scultura su legno e granito svoltisi a Buddusò dal 1984 ad oggi, da critici e storici dell' arte che hanno ritenuto le sculture tecnicamente ben riuscite e di pregevole valore artistico.
Osservando le 130 opere esposte si può constatare che la plastica del nostro tempo si è sempre più attestata sulle forme astratte, che meglio hanno permesso agli artisti di fare scultura, al di là di soggetti legati alla realtà circostante, assecondando senza secondi fini di rappresentazione gli elementi costitutivi di linguaggio plastico, che appunto è sostanziato da volumi, vuoti, articolazioni nello spazio delle masse e delle superfici nel granito e nel legno. L' aver liberato i linguaggi dell' arte da funzionalità comunicative e pratiche per riportarli a proporsi come puro linguaggio nell' ambito dello specifico espressivo, senza altro fine che quello di rappresentare la specificità stessa del linguaggio. Nel nostro caso la maggior parte delle sculture esposte.
Nelle forme aniconiche delle opere esposte, la scultura s' esprime come linguaggio senza mezzi termini, mentre, in altre la scultura è tale in quanto riscatta le sue rappresentazioni attraverso il suo far diventare linguaggio le immagini e le forme.
Come nella scultura del secolo scorso (1900 ) anche nelle opere esposte in questo museo, gli idiomi aniconici hanno preso il sopravvento.
Aniconico = rappresentazione artistica che ha scarsa corrispondenza con la realtà rappresentata, ma la evoca attraverso masse volumetriche; non figurativo. |
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